abnormal

Sempre Genova, intorno al 2010.
Una sera suonavamo al Lucrezia, in zona caricamento. Non so nemmeno se ci sia ancora quel locale.

Fatto sta che per smezzarci le spese e risparmiare, avevamo affittato una sala prove con altri gruppi. Era più un fondo, una cantina umida nei vicoli fra piazza dell’Annunziata e la Maddalena. L’avevamo sistemata con l’insonorizzazione e l’impianto e andava benissimo così.
Un pomeriggio di settembre arrivai a Genova qualche ora prima dell’appuntamento stabilito per provare, perchè avevo da fare dei giri nei vicoli. Sempre a caccia di dischi o fumetti. Portai il basso in saletta per non dovermelo cammallare in giro per tutta la città e arrivando fuori dal cancello mi beccai una tipa che era il ritratto dello star male seriamente.
Secca come la morte, pelle giallastra, capelli luridi, occhiaie come gli anelli di saturno, vestita con dei leggins a vita bassa color fluo, con un orribile perizoma rosa in lycra che spuntava dall’orlo, una canotta nera e sopra una felpa leopardata rosa con la zip aperta, e su tutto questo disagio troneggiava una faccia incavata, da cinquantenne tenuta male. Oltretutto sembra che si fosse truccata con i pastelli a cera, o qualcosa del genere.

Vidi che mi guardava, e quando notò che mi ero accorto di lei, si incamminò verso di me. Mentre alzava la mano per dirmi “Ciao” passai in rassegna tutto il database di tipe conosciute a Genova, ma non c’erano cazzi. Questa proprio non l’avevo mai vista.
Ciao, chi sei?

Con una voce che sembra il rantolo di Billie Corgan mi risponde “Eh no, cioè niente, belin mi chiamo Jessica -nome fittizio perchè ho dimenticato quello reale- e niente, vi ho visto suonare al lucrezia e avete spaccato, cioè grandi, e tu sei troppo togo, un figo proprio“.
Ooooook, ma che ci fai qui?“.
E venne fuori  che si era informata con qualche conoscenza comune per sapere dove e quando suonavamo e quindi faceva gli appostamenti tattici per beccarmi.
Regolarissimo. Fatto sta che pensai “Vabè, ci faccio due discorsi poi mi invento una mussa e telo via“.

Le dissi  “guarda, mollo il basso in saletta e andiamo a prenderci un caffè.
Ma lei rispose “Mi fai vedere la saletta?
Purtroppo in quel momento ero intento a pensare a come telare senza far la figura dello stronzo, quindi in testa non mi suonò nessun campanello d’allarme e le dissi “Si ok, vieni“.

Ebbi appena il tempo di entrare, posare il basso e girarmi, che questa si era già tolta felpa e maglietta, mettendo in mostra una priVa di tette a busta, con un coefficiente di imbecciabilità che va da zero all’infinito.
Nel frattempo la tizia si stava avvicinando con la sensualità di uno zombie Romeriano, e le dissi “Ma cosa fai?
Ma dai, sei carino, dammi un bacio” cacciando fuori la lingua. Nella mente mi si affollarono mille immagini orrorifiche, ma per liberarmene glielo avrei anche potuto dare ‘sto bacio. Tipo come quando si prende la medicina schifosa da bambini. Ma seriamente l’idea di infilare la lingua li dentro mi metteva il terror panico. “No, dai, non è il caso“.
Che scemo. Sei timido? Allora ti faccio un pompino“.
Ma no, aspetta, ma cosa fai” ma questa mi aveva già spinto contro il muro e lestissima me lo aveva tirato fuori e iniziando a menarmelo allegramente sperando di risvegliarlo. Ovviamente anche lui si rifiutó di collaborare e dopo qualche vano tentativo questa sconsolata si rivestí e con un sorriso mi disse “vabè, andiamo a prenderci quel caffè?

Tempo dopo venni a sapere che questa aveva 26 anni, anche se ne dimostrava almeno il doppio, e che era famosa in zona per essere una marciona.

E niente, ho sempre avuto una calamita speciale per i casi umani.

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5 pensieri riguardo “Di casi umani e pomeriggi imbarazzanti

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